Sulis, presidente Confesercenti Sardegna: “Intervenire su credito e pressione fiscale per far ripartire le pmi”

Eccesso di deregulation colpisce i più piccoli

Presidente, considera gli interventi messi in campo dal Governo una svolta positiva per il Paese? Si poteva fare di più per ridare ossigeno a famiglie ed imprese?

“Gli 80 euro mensili garantiti in busta paga ai dipendenti, per dare forza alle famiglie italiane, riguardano soltanto una parte dei cittadini, cioè i contribuenti con reddito tra gli ottomila e i 24mila euro lordi annuali. Ma sono tagliati fuori i liberi professionisti, per esempio, e l’esercito delle partite Iva. E pure i pensionati. A mio avviso, per smuovere l’economia stagnante, si deve dare a tutta questa gente una maggiore capacità di spesa: in questo modo il denaro riprenderebbe a circolare. Interessanti gli sgravi fiscali per l’energia a favore delle imprese. Il Governo Renzi è ancora all’inizio del suo mandato, dunque bisogna aspettare ancora qualche mese per capire che cosa riuscirà a fare di nuovo”.

A febbraio le imprese sono scese in piazza, a Roma, con la manifestazione “Senza impresa non c’è Italia” per dare voce alle difficoltà di migliaia di imprenditori ma anche per ascoltare le proposte per far ripartire la nostra economia. I primi mesi del 2014, nonostante alcuni segnali di fiducia, non hanno ancora segnato un’inversione di tendenza per le micro e piccole imprese che continuano a subire i contraccolpi della crisi, con una vera e propria emorragia di chiusure e perdita di posti di lavoro. Quali sono gli interventi principali  da mettere in campo, secondo Lei, per risollevare il tessuto produttivo delle pmi?

“La ripresa, se ci sarà, sarà a lungo termine. E questo perché non si riesce a varare un provvedimento shock, in grado di produrre realmente benefici effetti su tutto il sistema produttivo. Bisogna puntare su alcuni obiettivi principali. Accesso al credito: gli impieghi concessi alle Pmi sono diminuiti notevolmente. Gli istituti di credito non stanno assolvendo al loro compito istituzionale. Hanno paura di non riuscire a rientrare in possesso dei soldi che erogano alle imprese e ai cittadini. Preferiscono muoversi sul sicuro, in attesa di tempi migliori. Con i soldi concessi dalla BCE hanno ripianato i loro debiti, anziché metterli in circolazione per dare ossigeno all’economia italiana. Pressione fiscale: stiamo lavorando per dare oltre il 50 per cento del nostro reddito a uno Stato che pretende ma, in cambio, non eroga i necessari servizi a imprese e cittadini. A qualcuno è sfuggito che le percentuali Tares previste per le imprese sono irrazionali. Aggiungiamoci Irap, Iva e imposte varie, e ne esce fuori un quadro a tinte fosche che ci pone tra i Paesi più tartassati al mondo. E questo si riflette anche sul fronte occupazione, perché le imprese non hanno più le forze per assumere nuovo personale. Liberalizzazioni: come avevamo annunciato in tempi non sospetti, questo provvedimento ha finito con il penalizzare i piccoli negozi a vantaggio esclusivo della grande distribuzione. Non sono aumentati i consumi, e neppure il Pil e l’occupazione. In più hanno costretto imprenditori e lavoratori a sacrificare valori importanti, come la famiglia e il riposo”.

Dal 1° Luglio inizia il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione europea. Cosa chiedono le imprese italiane all’Europa?

“Una nuova e diversa sensibilità, innanzi tutto. La Germania continua a fare la voce grossa, dimenticando che l’impoverimento di imprese e cittadini italiani non facilita la ripresa economica del nostro Paese e, alla lunga, rischia di far saltare la stessa UE. Non si può essere ostaggio delle lobby finanziarie e delle banche. Inoltre, bisogna rivedere la strategia del Patto di stabilità che, soprattutto in Italia, sta tenendo immobilizzate ingenti risorse di denaro. Soprattutto il Mezzogiorno sta pagando a caro prezzo l’impossibilità di avviare nuovi progetti e opere pubbliche, in particolare le infrastrutture”.

Il turismo è un potenziale volano di sviluppo e crescita economica per il nostro Paese ed, in particolare, per una regione ad alta vocazione turistica come la Sardegna. Quali sono, dal suo punto di vista, gli interventi strategici e strutturali prioritari per rilanciare il settore in un’ottica di sviluppo territoriale e sociale?

“La Sardegna paga la sua insularità, in quanto passeggeri e merci sono costretti a viaggiare da anni a prezzi esorbitanti. La continuità territoriale viene applicata soltanto su alcune tratte, prevalentemente nei trasporti aerei, e questo sta costringendo molti turisti a rinunciare alle vacanze nell’Isola: una famiglia composta da quattro persone, con auto al seguito, deve pagare 1.200 euro per andata e ritorno. Le imprese non sono rimaste a guardare, sono partite alcune iniziative molto interessanti che hanno messo d’accordo imprenditori turistici locali e vettori. Ora occorre un intervento di supporto della Pubblica amministrazione, per esempio nel sostenere una serie di grandi eventi che promuovano la nostra regione in Italia e nel mondo”.

La proliferazione dei centri commerciali e la deregulation degli orari commerciali stanno mettendo a rischio quel grande patrimonio economico, culturale e sociale rappresentato dall’impresa diffusa e dal commercio di vicinato. Cosa fare per contrastare il fenomeno della desertificazione urbana e difendere e valorizzare i centri urbani delle nostre città?

“La Confesercenti l’anno scorso ha promosso l’iniziativa ‘Libera la domenica’, con un’imponente raccolta di firme e consensi. Ora spetta a Governo e Parlamento rivedere i testi delle leggi che non funzionano. La grande distribuzione continua a fare la parte del leone perché gode di una sfacciata tutela politica. Occorre anche contrastare con forza il fenomeno dell’abusivismo ambulante, anche perché i commercianti sono esasperati: da una parte si chiude un occhio sull’illegalità, dall’altra si pretende da chi è in regola di essere senza macchia. Una disparità di trattamento inspiegabile e inconcepibile”.

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