Il Presidente Lertora: “Margini sempre più ridotti compromettono la possibilità di investire, qualificare l’offerta e sostenere l’occupazione”
Sui margini operativi pesano il caro energia e l’aumento delle materie prime. Dai dehors, nel periodo estivo, il 44,8% del fatturato. A giugno 2026 le imprese attive del comparto sono 23.738: oltre 800 in meno rispetto al 2023.
La ristorazione in Emilia-Romagna chiude la stagione estiva con ricavi e margini sotto pressione. È quanto emerge dall’indagine condotta dal Centro Studi Turistici per FIEPET Confesercenti Emilia-Romagna, i cui risultati sono stati discussi dalla Presidenza regionale della Federazione. L’aumento dei costi di gestione, in particolare energia e materie prime, si combina con la riduzione del potere d’acquisto dei clienti e con la persistente difficoltà nel reperire personale qualificato.
«Le imprese della ristorazione sono strette tra costi che aumentano e clienti che possono spendere meno. – dichiara Cristian Lertora, Presidente di FIEPET Confesercenti Emilia-Romagna – La tenuta del settore non si misura soltanto dai tavoli occupati, ma da ciò che resta alle imprese dopo aver pagato le spese. Margini sempre più ridotti compromettono la possibilità di investire, qualificare l’offerta e sostenere l’occupazione».
Le difficoltà della stagione si inseriscono in un quadro di progressiva riduzione delle imprese. Secondo le elaborazioni del Centro Studi Turistici su dati Movimprese di Infocamere, a giugno 2026 in Emilia-Romagna risultano attive 23.738 imprese nei servizi della ristorazione e nei pubblici esercizi, pari al 7,4% del totale nazionale. Rispetto al 2023, il comparto ha perso oltre 800 attività, con una flessione del 3,5%, superiore a quella registrata in Italia, pari al 2,9%.
Nel comparto regionale si contano 9.668 bar e attività di somministrazione di bevande, 8.409 ristoranti con servizio al tavolo e 1.302 gelaterie e pasticcerie. Il restante insieme comprende ristorazione mobile e da asporto, catering e mense. Nel confronto con il 2023, il calo è più marcato per bar e somministrazione di bevande (-6,3%) e gelaterie e pasticcerie (-5,7%). I ristoranti con servizio al tavolo mostrano una maggiore tenuta, ma perdono comunque 100 imprese, pari all’1,2%, mentre a livello nazionale crescono dello 0,5%.
La riduzione dei bar interessa tutte le province, con la perdita più consistente in termini assoluti a Bologna, dove si registrano 268 attività in meno. Per i ristoranti, invece, il quadro territoriale è più differenziato: crescono Bologna (+0,5%), Forlì-Cesena (+3%) Rimini (+1,4%) e, resta stabile Reggio Emilia e diminuiscono le altre province, in particolare Modena (-5,8%), Ravenna (-3,8%) e Parma (-2,6%).
In questo contesto, si conferma importante il contributo dei dehors, che hanno generato in media il 44,8% del fatturato complessivo delle attività nella stagione estiva. La quota sale al 55,3% per pub e locali serali, al 61,8% nei Comuni della Riviera e al 61,5% nelle aree turistiche.
«Questi dati dimostrano che gli spazi esterni sono una componente essenziale dell’equilibrio economico di molte attività – prosegue Lertora –. Per questo occorrono regole chiare e stabili, capaci di conciliare il lavoro delle imprese con l’accessibilità, la qualità degli spazi urbani e le esigenze dei residenti». Su un arco temporale più lungo, dal 2019 al 2025 l’Emilia-Romagna ha perso quasi 2.000 bar, con una perdita di ricchezza stimata per il territorio regionale di circa 575 milioni di euro, considerando gli effetti su consumi, occupazione e gettito fiscale.
«La scomparsa di quasi duemila bar in sei anni significa perdere lavoro, servizi e luoghi di incontro nelle nostre comunità – conclude il Presidente –. Servono interventi concreti per alleggerire i costi di gestione, a partire dall’energia e dai tributi comunali, ma anche una forte semplificazione delle norme e degli adempimenti, per ridurre il peso della burocrazia sulle imprese. Occorre inoltre sostenere la formazione e il reperimento di personale e arginare tutte quelle forme di concorrenza ‘agevolata’ che sottrae mercato alle imprese del settore. Dare alle imprese condizioni migliori per continuare a lavorare significa anche preservare la vitalità dei nostri centri urbani e dei piccoli Comuni».