Vivoli: “L’idea che la ripresa arrivi da sola è una strategia perdente”

L’intervento del vice-presidente vicario di Confesercenti su Repubblica: “occorre reagire, non possiamo contentarci di sopravvivere”

“Non occorrono molti dati per rendersi conto del perdurare di una crisi terrificante: raddoppia la povertà, crescono i livelli di disoccupazione , i consumi continuano a crollare e si impenna il numero dei negozi costretti a chiudere”. Così scrive il presidente di Confesercenti Toscana e vice-presidente vicario di Confesercenti Nazionale Massimo Vivoli sulle colonne di Repubblica, edizione Toscana.

“Occorre reagire, non possiamo contentarci di sopravvivere. La recessione in Europa si sta gradualmente esaurendo e il 2014, anche per l’Italia , dovrebbe registrare una limitata crescita . Ma l’idea che la ripresa prima o poi arrivi da sola è una strategia perdente. In questi anni abbiamo perso ben 10 Punti di Pil aspettando di agganciare la ripresa. Se si vuole che questa sia significativa occorre mettere in campo politiche economiche e sociali che la promuovano. Le misure finanziarie di puro contenimento della spesa hanno mostrato il fiato corto . Se hanno avuto il merito di fermare il declino , hanno imposto limiti che stanno di fatto impedendo investimenti tali da dare slancio all’economia. Un paese che non investe, un sistema bancario che non sorregge le piccole e medie imprese , le più dinamiche e innovative, non ha prospettive.

Questa legge di stabilità, è vero, segna una prima importante inversione di tendenza. Ma troppo limitata e simbolica. La conseguenza è che il peso fiscale sul lavoro e sulle imprese non viene sostanzialmente intaccato e la fiducia del Paese nelle proprie capacità di ripresa resta modesta. Le risorse necessarie per un intervento più coraggioso vanno trovate. Si può intervenire con maggiore convinzione sulla riforma della pubblica amministrazione e delle istituzioni per ridurne costi e inefficienze. Tagliare le spese improduttive riducendo selettivamente le spese dei ministeri, accelerando le riforme già in calendario: dal superamento delle provincie all’accorpamento dei piccoli comuni. Occorre andare avanti con le modifiche istituzionali per dimezzare i parlamentari favorendo la semplificazione della governabilità; affrontare questioni quali la messa sul mercato di una moltitudine di edifici pubblici non utilizzabili, la definizione dell’annosa vicenda delle concessioni demaniali valorizzando gli investimenti effettuati dagli operatori. La legge di stabilità che si sta discutendo in Parlamento è un “cantiere aperto”. Può e deve essere migliorata. Ma la babele politica a cui assistiamo non aiuta e ne condizionai contenuti. Tutto ciò, è bene ricordarlo, non è una maledizione divina, ma il frutto di un risultato elettorale che non ha dato una maggioranza univoca. E il governo che ne è seguito, impropriamente definito di “larghe intese”, non ha mai avuto le caratteristiche di una Grande Coalizione di tipo europeo ma nasce da uno stato di necessità senondaunprogressivo collasso del sistema democratico. In un contesto così sfilacciato la stabilità, ce lo ricordano ogni giorno le istituzioni europee, è un valore. Ma lo è anche il contributo condiviso di un ampio fronte sociale che coinvolge direttamente tutte le organizzazioni d’impresa e quelle dei lavoratori dipendenti. L’obiettivo è farsi ascoltare e contribuire ad una legge di stabilità che sia strumento in grado di rafforzare e accompagnare la ripresa e sostenere i consumi.

 

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