Imprese: Istat, 57,4% ancora in attesa risposta su liquidità

Sono il 42,8% del totale, le imprese che  hanno fatto richiesta di accesso ad almeno una delle misure di  sostegno della liquidità e del credito contenute nei decreti Cura Italia e Imprese. Lo rileva l’Istat in un report sull’impatto  coronavirus sulle aziende, sottolineando che “le richieste di accoglimento soffrono di tempi di risposta relativamente lunghi. Al momento dello svolgimento della rilevazione (tra l’8 e il 28 maggio), il 57,4% dei richiedenti era ancora in attesa dell’esito della  domanda (58,1% in termini di addetti)”.

L’indagine, dal titolo la ‘Situazione e prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria Covid-19’, è stata condotta dall’Istat “tra l’8 e il 29 maggio 2020, con l’obiettivo di raccogliere valutazioni direttamente dalle imprese in merito agli effetti dell’emergenza sanitaria e della crisi economica sulla loro attività”.

L’Istituto precisa che la “rilevazione ha interessato un campione di circa 90 mila imprese con 3 e più addetti”.
Quanto alla situazione dopo il lockdown pieno, la situazione dopo la data di sblocco del 4 maggio risulta difficile per circa 13 mila, che impiegano 81 mila addetti, che non saranno in grado riaprire. Fra queste, 11 mila sono micro imprese che occupano circa 48 mila addetti”.
Ora, “il 73,8% delle imprese risulta in attività subito dopo il 4 maggio. Tuttavia, il percorso di riapertura appare difficoltoso per le micro imprese: solo il 71,3% di esse si è riattivata in corrispondenza dell’inizio della Fase 2, contro l’82% delle piccole e l’oltre 90% delle medie e grandi imprese”. Il ritorno all’attività “appare più lento nel Mezzogiorno, dove
solo il 68,4% delle imprese ha riaperto subito dopo il 4 maggio. Nel Centro la quota sale al 73,2% mentre nel Nord-ovest e Nord-est più di tre imprese su quattro si è riattivata
all’indomani dell’inizio della Fase 2”.

Guardando ai contraccolpi dei ricavi durante il lockdown, “il 71,5% delle imprese ha subito una riduzione del fatturato rispetto allo stesso periodo del 2019: il 41,4% ha registrato una contrazione del volume d’affari di oltre il 50%, mentre per un’impresa su tre si è avuta una riduzione meno ampia ma comunque significativa. Il 14,6% delle imprese ha subito un totale azzeramento dei ricavi”.L’Istat poi mette in guardia: “una risposta strategica e integrata alla crisi causata dall’emergenza sanitaria appare complicata per un largo segmento di imprese, soprattutto di minori dimensioni, che appare sostanzialmente spiazzato. Si tratta di circa 280 mila imprese che, pur avendo subito effetti negativi, non hanno ancora intrapreso contromisure”.

Nei prossimi mesi, inoltre, quasi un’impresa  su tre si aspetta una contrazione del fatturato a causa della  riduzione della domanda locale e nazionale (rispettivamente il 32,1%  e il 30,3%): all’andamento locale della domanda sono maggiormente  sensibili le micro imprese e quelle attive nei servizi, specialmente  nel Mezzogiorno. Il livello nazionale interessa invece di piu’ le
imprese di dimensione grande e media e le unita’ produttive  nell’industria in senso stretto (spicca l’industria delle bevande,  81,4%) e, da un punto di vista geografico, quelle del Nord-est  (Provincia autonoma di Trento 53,4%).
La riduzione della domanda dall’estero (14,9%) colpisce invece di  piu’ le imprese di dimensione media e grande (rispettivamente 34,9% e  33,8%) attive nell’industria in senso stretto (55,4% e 58,3%). In  termini geografici la variabilita’ e’ molto forte, si va dai massimi  delle imprese delle Province autonome di Bolzano (26,9%) e Trento
(25,9%) ai minimi del Molise (7,2%) e Calabria (6,7%). Una impresa su cinque prevede un aumento dei prezzi delle materie  prime, dei semilavorati o degli input intermedi, con marcati effetti  settoriali: spiccano costruzioni (29,6%) e industria in senso stretto  (28,9%), soprattutto la fabbricazione di prodotti chimici (45,4%).  Solo il 12,6% delle imprese – che assorbono il 16,5% dell’occupazione  – non ipotizza effetti particolari sull’attivita’, che, dichiarano,  proseguira’ normalmente. Si tratta in prevalenza di grandi (21,2%) e  medie (17,6%) imprese principalmente attive nelle costruzioni e commercio.

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