Intervista a Patrizia De Luise: «Anche un aumento solo parziale dell’Iva sarebbe un disastro»

La presidente di Confesercenti sulle pagine del Giornale di Sicilia

La presidente di Confesercenti Patrizia De Luise risponde alle domande del Giornale di Sicilia sulle tematiche di attualità economica: dall’IVA alla pressione fiscale, passando per burocrazia, recessione e fiducia di famiglie e imprese.

Di seguito il testo integrale dell’intervista.

«Lo stop all’aumento Iva è un’ottima notizia. In un periodo in cui i consumi latitano, l’incremento delle aliquote sarebbe stato un peso insopportabile per le famiglie, e avrebbe fatto perdere alle nostre aziende 8 miliardi di euro, cioè quasi mezzo punto di Pil». Rileggendo i cardini della Nota di aggiornamento al Def, Patrizia De Luise, presidente nazionale Confesercenti, tira un sospiro di sollievo augurandosi adesso di ritrovare nella manovra d’autunno le cifre delineate dal governo: quei 23 miliardi necessari a sterilizzare il rialzo dell’imposta indiretta sui beni. Il nodo, però, «si ripresenterà il prossimo anno, quando bisognerà neutralizzare le clausole di salvaguardia per il 2021. Noi vigileremo affinché non ci sia alcun aggravio per i consumatori e, di conseguenza, per le imprese».

Ma anziché spendere ingenti risorse per evitare l’aumento dell’Iva, non sarebbe meglio rimodulare le aliquote, alzandone alcune e abbassandone altre? «La fiducia delle famiglie e delle aziende italiane è assai fragile, e c’è il rischio che la recessione che interessa il settore manifatturiero internazionale si estenda alla domanda interna del nostro Paese, indebolendola ulteriormente. In questo quadro, qualsiasi rialzo delle aliquote Iva, anche parziale, sarebbe una doccia fredda insopportabile, per tutti».

Sul piatto della manovra c’è anche il taglio del cuneo fiscale, contabilizzato in 500 euro l’anno in più per i lavoratori. Una misura che avvantaggia anche le imprese? «Sì, perché garantendo più soldi nelle tasche delle famiglie si possono stimolare i consumi. È la direzione giusta. Ora bisogna puntare alla riduzione della pressione fiscale che grava sulle aziende. Le risorse potrebbero arrivare da un’adeguata spending review che elimini gli sprechi della spesa pubblica e dalla lotta all’evasione fiscale».

Su quest’ultimo tema, il governo sta studiando un meccanismo di incentivi per l’uso della moneta elettronica: soluzione giusta? «I pagamenti digitali possono ridurre i costi e garantire maggiore sicurezza agli esercenti, ma non sono certo la panacea del contrasto all’evasione. Per combattere il fenomeno esiste già uno strumento validissimo: la tracciabilità del denaro. I canali di controllo ci sono, occorre unire però le banche dati. Detto questo, l’esecutivo ha fatto bene ad accantonare la tassa sul contante che era stata ipotizzata nei giorni scorsi. Per incentivare la moneta elettronica bisogna dare un vantaggio ai consumatori e ridurre le commissioni per le imprese, non punire chi non usa carte o bancomat. Adesso gli incentivi vanno estesi a tutti i settori di attività».

In vista della prossima manovra, cosa suggerirebbe al nuovo esecutivo? «Di delineare un progetto chiaro per il sistema Paese, che renda più competitive le nostre aziende. Un programma credibile, in grado di colmare il gap infrastrutturale e digitale che frena ancora il Sud, e di semplificare e ridurre gli oneri burocratici che oggi soffocano produttività e crescita: deficit e carichi che ogni giorno, in Italia, causano la chiusura di 14 negozi».

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