Pos, Papini (Confesercenti Torino): riconoscere incentivi fiscali a esercenti e consumatori”

Confesercenti: “Pos, difficoltà e costi eccessivi  soprattutto per benzinai, tabaccai ed edicolanti  Pochi gli ambulanti che si sono adeguati”

Benzinai, edicolanti, tabaccai e ambulanti: sono queste le categorie del commercio messe più in difficoltà dall’entrata in vigore – da domani – della normativa sul Pos obbligatorio. Per quanto riguarda le prime tre, dovranno sopportare – più di altri – costi proibitivi; nel caso degli ambulanti gran parte di essi non ha ancora provveduto a dotarsi di Pos.

Edicolanti – Apparentemente non dovrebbero essere coinvolti, dal momento che è difficile immaginare una spesa media per i giornali superiore ai trenta euro. Tuttavia, le edicole vendono anche altro e in particolare gli abbonamenti Gtt e di altre aziende di trasporto: in questo caso i 30 euro si superano ampiamente. Il cosiddetto “aggio” per ciascun abbonamento (cioè il ricarico riconosciuto all’edicolante) è del 2%, a fronte di uno 0,4% del costo rappresentato dalla transazione (esclusi i 28/40 euro mensili per il noleggio dell’apparecchiatura).

Benzinai – Discorso analogo per la distribuzione carburanti: a fronte di un ricavo oscillante fra il 2,5% e il 3% (pari a una media di 3 centesimi al litro), i benzinai hanno un costo Pos di 0,5%-0,6%, più una media di 10/20 euro al mese per il Pos. Dunque, più basso è l’erogato, più incide il costo della transazione. “In realtà – precisa Gianni Nettis, presidente della Faib, la federazione dei benzinai di Confeserenti – il problema dei costi della transazioni non nasce certo oggi: gran parte di noi usa da tempo il Pos, anche per transazioni sotto i 30 euro, altrimenti si rischia di perdere il cliente. A questo si aggiunge che la transazione con carte di credito costa ancora di più di quella con il bancomat e può superare anche l’1%. Risultato: per un impianto medio a Torino i costi bancari oscillano fra i 5000 e i 7000 euro l’anno. Eppure vendiamo un prodotto il cui prezzo è rappresentato per oltre il 60% da imposte. Insomma: paghiamo per fare gli esattori dello Stato”.

Tabaccai – Per questa categoria le conseguenze del Pos obbligatorio sono ancora più gravi. Per i tabaccai, infatti, le vendite di prodotti con aggio rappresentano la parte preponderante: fra i principali, sigarette e prodotti di monopolio in genere, valori bollati, giochi, bollo auto. Assotabaccai, l’associazione di categoria della Confesercenti, ha fatto un po’ di conti: una tabaccheria che abbia un incasso di 1.250.000 euro ricava circa 75.000 euro, dei quali 8.000 vanno in transazioni. “L’enorme differenza che c’è fra l’incasso e quello che rimane al tabaccaio – spiega Alberto Alberetto, presidente di Assotabaccai-Confesercenti – deriva dal bassissimo aggio che ci viene riconosciuto: del 10% sulle sigarette, esso si riduce all’8% per i giochi, al 4,5% per le marche da bollo, al 2% per le carte telefoniche. Addirittura, per il bollo auto l’aggio non è a percentuale, ma in cifra assoluta: 1,85 euro a bollo, a prescindere dal valore; in pratica, sui bolli, lavoriamo in perdita. L’ultima ‘sorpresa’ è, anzi, la minacciata ulteriore riduzione degli aggi sui valori bollati, contro la quale Assotabaccai ha iniziato una raccolta di firme da consegnare al governo”.

Ambulanti – Secondo una ricerca condotta da Confesercebnti sui mercati nei giorni scorsi, gran parte di essi non ha ancora provveduto a dotarsi di Pos: fatto, questo, abbastanza comprensibile – dice Johnny Iorio, presidente dell’Anva, l’associazioni di categoria della Confesercenti – se si pensa che sui mercati, specialmente nel settore alimentare, è difficile che lo scontrino superi i 30 euro”.

Ovviamente nessuna delle categorie che lavora ad aggio può traslare sul consumatore il maggior costo, “né – dice Stefano Papini, presidente di Confesercenti – lo farebbe comunque in un momento di calo dei consumi nel quale i commercianti stanno molto attenti ai prezzi. In realtà – continua Papini – il vero problema non riguarda la normativa in sé, quanto i costi esorbitanti delle transazioni, che non hanno eguali in alcun altro Paese europeo e rispetto ai quali siamo fermamente intenzionati ad aprire un contenzioso con le banche. In sé un maggiore uso della moneta elettronica sarebbe senz’altro positivo, perché diminuirebbe i rischi e i costi connessi alla gestione del contante. Bisogna però intervenire subito a favore degli esercizi a basso margine e abbandonare l’approccio utilizzato fino ad ora. Meglio percorrere la strada degli incentivi fiscali, da riservare alle imprese e ai consumatori che usano carte di debito e di credito. Una strategia che, nei Paesi dove è stata applicata, ha dato ottimi frutti. La scelta fatta in Italia, invece, è squilibrata, poiché sposta l’intero onere dell’operazione sugli esercenti: complessivamente, il ‘conto’ pagato dal totale delle imprese italiane per sostenere l’operazione ammonterà a 5 miliardi di euro l’anno. Una ‘tassa’ superiore, per esborso, al gettito dell’addizionale comunale dell’Irpef, e che rischia di mettere in difficoltà le imprese proprio nel momento in cui si spera nei primi barlumi di ripresa”.

 

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