Commercio al dettaglio alimentare: settore in forte difficoltà, pesa la sfiducia e l’enorme carico fiscale. Nei primi 8 mesi dell’anno chiusi 20 negozi al giorno e il 25% delle nuove aperture dura meno di tre anni. Angelotti: preoccupati per voci sull’IVA, occorre tagliare le tasse. Adesso lo dicono anche i liberisti americani

commercio_dettaglio_alimentare2In attesa dei dati ufficiali, le stime interne alla Federazione confermano le prime impressioni sull’andamento delle vendite alimentari nelle piccole superfici nella stagione estiva. Siamo ancora in frenata, i consumatori appaiono preoccupati per le prossime scadenze fiscali e per i preannunciati tagli indiretti al reddito delle famiglie. Tutti i settori risultano interessati. Insieme ai consumi diminuiscono anche i fatturati, segnati negativamente dalla spirale deflattiva.
A contribuire al clima negativo per le imprese concorrono anche le ripetute voci su allarmanti e non ben specificate manovre sull’IVA. E’ evidente che qualsiasi ritocco alle aliquote, in qualunque modo mascherata, sarà deflagrante per i consumi, soprattutto alimentari che per la prima volta nella storia della Repubblica conoscono segni negativi, sintomo di una sofferenza delle famiglie (e delle imprese) che deve essere letta come punto di non ritorno dalla grave crisi che sta attraversando il Paese.
Secondo i dati Confesercenti, nei primi 8 mesi dell’anno nel commercio alimentare ci sono state 4.718 chiusure, circa 20 al giorno, a fronte di sole 2.705 nuove aperture. E le nuove imprese hanno una vita sempre più breve: oggi un’attività del commercio su quattro vive meno di tre anni.
A condizionarle è la crisi del commercio in generale, tuttora in atto, che ha portato a perdere 2,2 miliardi di euro di fatturato solo nella prima metà del 2014. Un crollo che è anche sinonimo dell’impoverimento delle famiglie italiane, e mette al centro del confronto sull’economia il problema ancora irrisolto della gravissima crisi dei consumi. Che non permette di rallentare l’emorragia di attività: per la precisione, il 24,7% delle imprese avviate tra il 2012 e il 2013, aveva già chiuso a giugno 2014: un dato decisamente superiore alla media degli altri settori dell’economia, dove la quota di attività che ‘vivono’ meno di tre anni è ferma al 14,3%”. A soffrire di più sono come al solito i piccoli esercizi. La crisi ha decimato le imprese ed affossato i consumi delle famiglie: le piccole attività commerciali scontano sempre più duramente la crisi del mercato interno italiano.
“Anche per il 2014 dobbiamo mettere in conto perdite secche, in termini di clienti, consumi e fatturati. E invece ci avevano assicurato che avrebbe dovuto segnare la ‘ripresina’ dei consumi – ha detto Gian Paolo Angelotti, Presidente della Fiesa Confesercenti -. A questo punto non solo non è credibile una variazione positiva a fine anno, ma dobbiamo prendere atto delle valutazioni negative dell’OCSE. Il Governo deve intervenire per rilanciare il mercato interno, che dà lavoro a milioni di persone, deve operare affinché il sistema bancario immetta liquidità nel sistema, finanzi le imprese e sostenga le famiglie, evitando questa pericolosa oscillazione fra deflazione, stagnazione e recessione. Occorre ricreare le condizioni per investire e per consumare procedendo con coraggio sul doppio binario della riduzione delle spese e della pressione fiscale. Pesano il clima di sfiducia, le prospettive economiche e l’aumento di tributi e tariffe locali, a partire da TARI e TASI. Peggiorano il quadro adesso queste voci di riallineamento delle aliquote IVA”.
A reclamare un taglio alla pressione fiscale non ci sono solo gli operatori economici e le Associazioni di imprese. Di recente ance l’Economista americano di Stanford, Arthur Laffer, consulente di Ronald Reagan, autore della famosa “curva” che porta il suo nome, a proposito dell’Italia ha dichiarato che “più cresce la curva della pressione fiscale e più le entrate del fisco crollano. Bisogna riconoscere una volta per tutte che gli eccessi tributari sono dannosi per l’economia. Non c’è bisogno di ulteriori dimostrazioni: in Europa, e in Italia in particolare, è stato superato ampiamente il livello di equilibrio, il punto oltre il quale se si aumentano le tasse diminuiscono le entrate dello Stato. Se si aumenta troppo l’imposizione, le entrate fiscali anziché salire crollano. Le Aziende chiudono, si perde la spinta a intraprendere attività economiche. L’imposizione del 100% è uguale a quella dello 0%: va identificato il punto oltre il quale la tassazione diventa dannosa. Troppe tasse riducono la volontà di investire e lavorare. Bisogna pagare meno ma pagare tutti.”

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