Corte Conti, fisco: serve riforma strutturale, basta aggiustamenti a margine

Cruciale – ha detto nel Rapporto 2018 – non creare nuovo debito pensionistico

“E’ auspicabile una riforma strutturale del sistema fiscale italiano”. E’ quanto si legge nel Rapporto 2018 sul coordinamento della finanza pubblica della Corte dei Conti, presentato alla Camera, nel quale  viene spiegato come “la mancanza di redditi alti a cui chiedere un  maggior contributo a fini redistributivi e i limiti endogeni ed  esogeni alla manovra verso l’alto delle aliquote, spingano a rimettere in discussione la scelta di circoscrivere la base imponibile della  progressività ai soli redditi da lavoro e portano a ritenere auspicabile una riforma strutturale del sistema, abbandonando la  logica degli aggiustamenti al margine”.

Secondo i magistrati contabili, infatti, gli “interventi di alleggerimento fiscale e contributivo operati negli ultimi anni a favore di famiglie ed imprese, sono stati meccanismi che all’interno degli scaglioni hanno reso più ripida la curva della progressività, ma non hanno consentito un trasferimento netto di ricchezza, fatta eccezione per  il primo decile di reddito. Tale sistema appare – continuano – il risultato non di una strategia organica, ma di una stratificazione di interventi spesso tra loro disomogenei che,  in alcuni casi, finiscono proprio per penalizzare le fasce di reddito  più basse in quanto ricadenti nella no tax area, come ad esempio il  bonus da 80 euro o le detrazioni Irpef per carichi familiari”.

La Corte dei Conti ha poi posto l’accento sul sistema pensionistico: ” è necessario – ha detto – affrettarsi a ridurre e in prospettiva a rimuovere, l’inevitabile pressione che un elevato debito pubblico pone sui tassi di interesse e sulla complessiva stabilità finanziaria del Paese. E’ essenziale preservare i miglioramenti di fondo che il sistema previdenziale ha realizzato in questi decenni. Ogni elemento di possibile flessibilizzazione dell’attuale assetto dovrebbe contemplare compensazioni in grado di salvaguardare la sostenibilità finanziaria di lungo periodo. E’ cruciale non creare debito
pensionistico aggiuntivo. Il rapido invecchiamento della popolazione eserciterà pressioni molto significative sulla spesa pubblica di tutti i Paesi europei, inclusa l’Italia. Azioni  – prosegue –  in grado di favorire un aumento del tasso di natalità; gestire in maniera equilibrata i flussi migratori; stimolare la partecipazione al mondo del lavoro; rafforzare la dotazione di infrastrutture materiali e immateriali. Sono questi i campi su cui agire per assicurare la sostenibilità del sistema pensionistico italiano”.  “Certamente – ha aggiunto – la correzione effettuata con la legge Fornero è stata brusca, ma è la virulenza della crisi sovrana che l’ha imposta. Ora, dopo gli aggiustamenti apportati sugli esodati e con l’Ape, sono mstretti, se non del tutto esauriti, gli spazi per ulteriori attenuazioni degli effetti correttivi della legge, a meno di un ripensamento complessivo del sistema”.

Infine sul per reddito di cittadinanza ha detto: “servono risorse straordinarie”. La Corte dei Conti, pur non citando direttamente il provvedimento contenuto nel contratto di governo, avverte: “appare evidente che l’obiettivo di aiutare una congrua quota di poveri assoluti (il tasso effettivo di coinvolgimento è in tutte le realtà internazionali sempre significativamente
inferiore al 100%) richiederà un importante sforzo finanziario supplementare, rispetto a risorse che pure sono cresciute in misura incoraggiante”. Nel Rapporto 2018 sul coordinamento della finanza  pubblica, la magistratura contabile definisce il “Sostegno per l’inclusione attiva e il Reddito d’inclusione un buon punto di partenza”

“Il triennio 2018-2020 – ha concluso si presenta come un’eccezionale finestra”, dal punto di vista delle opportunità offerte dal contesto macroeconomico, alla riduzione del debito. Il congiunto operare della ripresa dell’inflazione e del permanere del costo medio del debito su livelli particolarmente bassi, dovrebbe garantire, diversamente dal passato un differenziale favorevole tra crescita economica e costo del debito (0,2 in media nel triennio). Di tale situazione si dovrebbe approfittare per rendere più spedito il processo di riduzione del rapporto debito/Pil”.

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