Liberalizzazioni orari commercio, l’audizione di Confesercenti: in 18 mesi persi 32mila negozi e 90mila posti di lavoro.

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Quasi 32mila imprese e 90mila posti di lavoro perduti. E’ questo il bilancio del commercio al dettaglio a 18 mesi dall’entrata in vigore della deregulation totale degli orari e delle aperture delle attività commerciali introdotta dal decreto Salva-Italia. Lo ha denunciato oggi una delegazione di Confesercenti, formata dal vice-presidente vicario Massimo Vivoli, dal segretario generale Mauro Bussoni e dal responsabile ufficio Affari Istituzionali Giuseppe Fortunato,  ascoltata oggi in audizione presso la X Commissione (Commercio e attività produttive) della Camera.

“Confesercenti – ha detto Vivoli – si è sempre impegnata in prima linea per evitare la deregulation totale delle aperture, sostenendo invece l’opportunità di una disciplina degli orari equilibrata, tale da consentire ai consumatori di soddisfare le proprie esigenze di acquisto di beni e agli operatori commerciali di poter contare su tempi di riposo adeguati per sé e per i propri dipendenti e collaboratori familiari. Il regime introdotto dal Salva-Italia è, invece, insostenibile per le quasi 800.000 imprese del commercio al dettaglio. Ha infatti favorito la concentrazione dei consumi nei weekend, avvantaggiando da una parte la grande distribuzione  ma dall’altra contribuendo all’aumento di erosione delle quote di mercato piccoli esercizi. Questi, infatti, non sono nelle condizioni di poter sostenere l’aggravio di costi, diretto ed indiretto, in particolare a valere sul fattore lavoro, derivante dalle aperture domenicali. L’effetto sulle piccole superfici è stato devastante: tra il 2012 e i primi 6 mesi del 2013, abbiamo perduto per sempre circa 32mila imprese del commercio al dettaglio, con la conseguente scomparsa stimata di circa 90mila posti di lavoro.”

“A questo – ha continuato il vice-presidente vicario di Confesercenti – si deve aggiungere che la liberalizzazione  degli orari di apertura non ha sortito gli effetti previsti dal legislatore: non ha infatti aumentato i consumi che nel 2012, primo anno di applicazione del nuovo regime, sono crollati del 4,3%, cui si aggiungerà un’ulteriore flessione del 2% nel 2013. Inoltre, l’intervento non ha – come pure era stato sostenuto – adeguato l’Italia alle normative europee: secondo le nostre rilevazioni, infatti, nessuno dei più importanti Paesi della Ue ha un regime liberalizzato quanto il nostro. Il nostro auspicio è che la Commissione e il Parlamento prendano atto della gravità della situazione del commercio e degli effetti esiziali – in termini di imprese e di lavoro – che l’eccesso di liberalizzazioni sta avendo su di esso. E che per questo si possa arrivare a un’urgente modifica della normativa”.

Liberalizzazioni, il bilancio dei primi 18 mesi. Il dossier presentato alla Commissione. 

 

 

 

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