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Semaforo alimentare, Fiesa Confesercenti: è fuorviante perché la semplificazione nasconde la corretta informazione

E’ ripresa in queste settimane la discussione sul cosiddetto semaforo alimentare che, su iniziativa inglese, vorrebbe indicare in rosso gli alimenti troppo calorici, in giallo quelli da usare con moderazione, in verde quelli consentiti dal punto di vista nutrizionale.
Una semplificazione che tenderebbe di fatto a cancellare l’attenzione del consumatore dal complesso delle informazioni contenute nell’etichetta dei prodotti. Uno sviamento di fatto dalle politiche di acquisto consapevoli e informate, ad uso e consumo delle grandi multinazionali del food.
Con il pretesto di fornire ai consumatori una semplificazione – per evitare di perdere tempo nell’approfondire le etichette – si tende a dissuadere il cittadino dall’approfondire cosa si sta acquistando, che ingredienti contiene, dove è stato fatto, che procedimenti sono stati utilizzati e come è stato – e quando – confezionato.
La semplificazione di fatto cancellerà la corretta informazione e la consapevolezza della necessità di variare la dieta, diversificare i cibi, alternare gli acquisti.
Se l’unico elemento di riferimento per evitare il rosso è la quantità di calorie, diventa per l’industria un gioco facile conseguire l’obiettivo del verde tramite additivi vari ed esaltatori di sapidità, la chimica al posto dei prodotti naturali.
“Insomma più che la difesa del cittadino consumatore ci sembra si stia allestendo una grande operazione di marketing commerciale a favore delle grandi multinazionali del cibo a scapito delle produzioni di qualità, dei prodotti tipici locali, dell’alimentazione artigiana, dei prodotti a denominazione protetta – commenta il Presidente di Fiesa Gianpaolo Angelotti”.
Non a caso l’iniziativa di rilancio del semaforo è ripartita in Italia nelle settimane scorse dalle grandi multinazionali che si dividono il mercato mondiale del food, con l’annuncio dell’apposizione volontaria del semaforo sui loro prodotti. Questo proprio mentre una recente indagine del Censis rivela che l’attenzione dei cittadini italiani per quello che si mangia cresce continuamente. La reazione delle multinazionali alla crescita di attenzione per l’etichettatura informata e puntuale ha partorito l’idea semplificatrice del semaforo che annulla e supera l’informazione approfondita dei prodotti.
Ma vediamo di cosa si tratta e da dove nasce l’idea del semaforo alimentare.
Il sistema è divenuto operativo in Gran Bretagna, a decorrere dal 2013, su base volontaria.
A livello europeo, in seguito all’approvazione del Reg. UE 1169/2011 (Etichettatura prodotti alimentari), l’art. 35 prevede le indicazioni nutrizionali obbligatorie riferite a quantità pari ad un etto di prodotto, oppure in caso di preimballaggio l’eventuale dichiarazione nutrizionale per porzione o per unità di consumo.
Il sistema a semaforo consiste nell’etichettare un alimento ‘trasformato’ sulla base del valore nutrizionale dei suoi ingredienti, prendendo in considerazione le sole componenti classificabili come “cattive” (energia, sale, grassi, grassi saturi e zuccheri) ed attribuendo a ciascuna categoria un colore (verde, giallo o rosso) a seconda che il contenuto sia basso, medio od elevato, senza tener conto degli eventuali sostituti adottati.
Questo sistema semaforico è stato ritenuto a ragion veduta, sia da parte del Governo del nostro Paese che dall’Esecutivo di altri Stati membri, fuorviante e potenzialmente discriminatorio nei confronti di molti prodotti tipici locali, rendendo suscettibili di semaforo rosso i migliori tra essi (ad es. il Parmigiano Reggiano e l’olio extra vergine d’oliva….) per il loro elevato valore nutrizionale.
Il sistema nel 2014 è stato dunque la causa, per il Governo del Regno Unito, di un’apposita Procedura di infrazione da parte della Commissione Europea che ha recepito pertanto le segnalazioni in tal senso a cura di altri Paesi.
Sulla questione il Governo italiano e la stragrande maggioranza dei Paesi europei sono contrari ai semafori.
Il punto è che l’orientamento consumeristico dei cittadini italiani ed europei è in misura crescente quello di rivolgersi ai prodotti alimentari trasformati, consegnando di fatto all’industria globale il ruolo di pre selezionatore dei cibi da portare in tavola, muovendo interessi economici enormi. Questo spiega la voglia di farsi spazio nella giungla del mercato con idee semplicistiche e attraenti.
Proprio per far fronte a questa concorrenza spietata, che si spinge sino a fornire informazioni fuorvianti o non veritiere, l’UE ha emanato il Regolamento 1169/2011 sulla etichettatura degli alimenti con l’obiettivo principale di educare i cittadini a mangiare meglio per prevenire malattie di origine alimentare, obesità, allergie e diabete in primo luogo. Il Regolamento europeo impone di fornire in etichetta l’identità assoluta dei prodotti, dalla denominazione dell’alimento, all’elenco degli ingredienti, agli eventuali allergeni suscettibili di provocare allergie o intolleranze usati nella fabbricazione o nella preparazione di un alimento e ancora presente nel prodotto finito, anche se in forma alterata, alla quantità di taluni ingredienti o categorie di ingredienti (QUID), alla quantità netta dell’alimento, al termine minimo di conservazione o la data di scadenza, alle condizioni particolari di conservazione e/o le condizioni d’impiego, al nome o alla ragione sociale e l’indirizzo dell’Operatore del settore alimentare, al Paese d’origine o luogo di provenienza, alle istruzioni per l’uso, per i casi in cui la loro omissione renderebbe difficile un uso adeguato dell’alimento ecc. sino alla dichiarazione nutrizionale.
Per il Presidente Fiesa Angelotti “il semaforo non fornisce informazioni puntuali e corrette e non favorisce il contenimento di alcuni disturbi di origine alimentare, a partire dall’obesità, causata proprio dai prodotti di quelle grandi multinazionali – come le merendine – che oggi si ergono a paladini dei consumatori. Nel momento in cui il cibo globale a basso prezzo ha invaso il mercato europeo – fatto di oltre 500 milioni di consumatori – gli effetti si sono visti sulla salute dei cittadini europei. Ma chi ha prodotto tali danni oggi non può accreditarsi come il paladino del mangiare sano. Il luogo di origine delle materie prime e di produzione del prodotto finale, la data di confezionamento/scadenza, la tabella degli ingredienti e dei valori nutrizionali, la modalità produttiva del cibo, le origini storiche, le tradizioni culinarie, le specificità regionali, i valori agricoli, le indicazioni in etichettatura, sono tutti elementi che non si possono sintetizzare con 3 colori. Praticamente è una trappola delle multinazionali del cibo per ragioni commerciali, di accrescimento delle loro quote di mercato e di bilancio, oltretutto maturata in un quadro di arbitraria decisione unilaterale, in presenza di una normativa comune a livello europeo che va in tutt’altra direzione. E’ un aggiramento dei Regolamenti e delle Leggi nazionali in materia di etichettatura e sicurezza alimentare, di tutela degli ambienti e dei contesti agricoli, in altre parole un attacco al Made in Italy, alle produzioni protette e controllate in Italia e in Europa”.

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